Il Monastero di Sant’Agostino di Padula: la ricostruzione degli ambienti attraverso un documento di fine Seicento.

Il portale in pietra del Monastero di Sant'Agostino .

Il Monastero di Sant’Agostino di Padula fu fondato nel XIV secolo per volere della famiglia Sanseverino, all’epoca feudataria della “Terra di Padula”. Fu costruito nella parte alta del paese, all’interno delle mura cittadine e ben protetto da un’alta rupe rocciosa su cui all’epoca sorgeva il piccolo “membro del Cassarello”. La zona si trovava poco distante dalla chiesa madre di San Michele Arcangelo, non lontano dalle mura delle case che costituivano il quartiere del “Cassaro”, sorto tra il IX e il X secolo. All’epoca dei Sanseverino, il quartiere del Casserello ospitava poche strutture abitative, costruite per lo più intorno alla chiesetta dedicata a San Matteo e alla piccola cappella di “Santa Maria la Civita”. Quest’ultima aveva sulla facciata “l’immagine della Beata Vergine” e portava l’aggiunta di “la Civita” per ricordare il luogo da cui provenivano i primi abitanti di Padula. Il quartiere si trovava al limite dello sperone più alto della rupe rocciosa, nei pressi di un piccolo spiazzo chiamato “La Giustizia” e, dato il nome del luogo, è plausibile pensare che quel palazzo era la sede amministrativa dell’Università, dove si giudicavano e giustiziavano i malviventi. Alcune ricerche da me svolte presso l’Archivio di Stato di Salerno e del Comune di Padula sottolineano questa ipotesi ed hanno portato ad accertare il fatto che le celle del carcere erano ancora utilizzate verso la fine del 1600 e che erano ubicate proprio al di sotto di alcune stanze del Monastero di Sant’Agostino, esattamente le stesse che davano sul loggiato interno che affacciava sullo spiazzo della “Giustizia”. Ciò può far pensare che al momento della costruzione del Monastero si decise di edificare sulle vecchie strutture esistenti e, quindi, la chiesa fu edificata sulle fondamenta di quella più antica di San Matteo, mentre il Chiostro si ergeva  sugli altri ambienti ossia parte del vecchio palazzo e carcere. Un’ipotesi, certo, da approfondire con l’ausilio di ulteriori documenti e testi, ma che non sembra uscire fuori dal progetto di trasformazione urbanistica iniziato dai Sanseverino in quel determinato periodo storico.

 La sua fondazione, tra l’altro, coincise con quella dell’imponente palazzo che fu adibito ad ospitare i Cavalieri dell’Ordine Gerosolimitano con il loro Ospedale e la Certosa dedicata a San Lorenzo. Come per il Monastero, anche il palazzo dei Cavalieri di Malta fu costruito all’interno delle mura cittadine, precisamente nella parte più in basso rispetto ai quartieri del Cassero e del Cassarello. Fu addossato ad una vecchia torre di guardia ed alle mura di difesa, vicino ad una delle porte d’ingresso della rocca e alla strada che congiungeva la zona del fossato (i Fossi, o i Fuoss) con il centro cittadino (la Piazza). La Certosa, voluta da Tommaso Sanseverino, fin dal 1306 pose le sue fondamenta fuori dalle mura cittadine e in una zona più a valle rispetto all’abitato a differenza del Monastero di Sant’Agostino e del palazzo della Commenda. Dal momento della sua fondazione e fino al primo decennio dell’Ottocento, quando fu soppresso dopo le leggi eversive emanate dal governo napoleonico durante il decennio francese, il Monastero di Sant’Agostino ebbe un ruolo importante nella vita religiosa e socio-economica del paese. Con il tempo divenne una delle strutture più ricche del circondario, grazie soprattutto alle donazioni di beni, mobili ed immobili, fatte dai vari feudatari o dalle famiglie nobili del luogo, ma anche grazie alla vendita dei prodotti agricoli coltivati nei vari terreni posseduti. Anche il fatto che, “per antico solito”, le sedute dei Parlamenti cittadini si tenessero all’interno della chiesa del Monastero, ne sottolinea l’importanza sia come struttura che come centro amministrativo, oltre che religioso.

In onore dei suoi fondatori e, negli anni successivi, anche per chi fece testamento in favore del Monastero, i monaci si impegnarono a celebrare numerose messe in memoria delle anime dei defunti appartenenti alla famiglie donatrici. Una testimonianza a tal riguardo arriva da un’istanza pervenuta nel 1673 dal “Reverendissimo Padre Maestro Nicola Oliva da Siena” (all’epoca Priore Generale dell’Ordine agostiniano) con cui chiese ed ottenne dalla “Sacra Congregazione la deduzione delle messe che il Monastero di Sant’Agostino di Padula teneva come pesi”. Il documento fu registrato nel “primo libro” che si trovava nella sede della Segreteria centrale dell’ordine agostiniano a Roma, mentre una copia fu portata a Padula e conservata “nel deposito” adibito ad ospitare i testi ed i registri del Monastero. Sulla “deduzione” ottenuta dal Padre maestro Oliva erano annotate tutte le messe che i monaci padulesi dovevano celebrare durante l’anno in onore dei morti, partendo da quelle “per l’anima del quandam Ursino Auletta” e di molti esponenti della sua famiglia, fino ad arrivare alle messe da officiare per l’anima di Donna Maria de Cardona. Quest’ultima aveva richiesto di far celebrare le funzioni in sua memoria il venerdì ed il sabato di ogni settimana, specificando anche in quali cappelle. Le messe da celebrare riportate nel documento del 1697, elencate insieme alle annotazioni sulle cappelle in cui dovevano essere officiate ed in quale giorno della settimana, sono le seguenti:

  • per l’anima del quandam Ursino Auletta” n°4 messe all’anno;
  • per l’anima di Geronima Auletta n°12 messe all’anno;
  • per l’anima di Giovanni di Paula n°17 messe all’anno;
  • per l’anima dell’Arciprete Don Giulio Cesare Auletta n°5 anniversari all’anno, da celebrare nella cappella di Santa Monica;
  • per l’anima di Donna Maria Cardona n°2 messe alla settimana. Una il venerdì e si doveva tenere sull’altare della Cappella del Crocifisso. L’altra il sabato nella Cappella di Santa Monica.

Il documento in questione fu stilato e firmato dal Reverendo Padre Baccelliere Vincenzo Basile, con l’ausilio del Commissario Domenico Caputo, delegato dall’Illustrissimo Signor Duca di Vasto, Don Carlo Prota, che all’epoca era il Real Consigliere e Delegato di sua Maestà Carlo II di Spagna per tutte le cause dell’Ordine di Sant’Agostino Le preziose pagine del documento citato mi hanno consentito di ricostruire la ripartizione degli ambienti interni del Monastero di Sant’Agostino, oltre alla chiesa che ospitava ben sette cappelle. La descrizione del Monastero fatta nel documento parte dalla chiesa, per poi attraversare il Chiostro e i vari ambienti posti tutto intorno. Celle, depositi, cantine, pagliai, stalle, cisterne ed anche una stanza per la caldaia erano a disposizione dei monaci, mentre al piano di sopra, dopo la “Loggia” che si trovava sullo spiazzo denominato “la Giustizia” si arrivava al “Quarto Priorale”, dove “una grande vetrata separava due corridoi”. Dallo studio delle carte d’archivio si ricavano informazioni utili anche in merito alle opere d’arte o altre fatture artigianali custodite all’interno del Monastero. Molto particolare la descrizione di una statuetta raffigurante Sant’Agostino con all’interno una sua reliquia insieme ad una “Coppa con patema d’Argento e con il piede di rame di Cipro dorato. La statuetta, da quanto si apprende, era arrivata a Padula grazie all’interessamento del Frate Agostiniano Nicola Buglio che, successivamente, fu incaricato di custodirla “all’interno del deposito del Monastero”, mentre per la Coppa d’argento si annotò che era stata “in potere di Don Giovanni Maria Caolo e poi recuperata dal Magnifico e Reverendissimo Padre e Priore del Monastero di Sant’Agostino”.

La Chiesa

La chiesa del Monastero di Sant’Agostino, addossata su uno dei muri del Chiostro, era dotata di un grande ingresso autonomo fatto di marmo lavorato con il portone in tavole di legno. Al suo interno, sull’altare maggiore, si trovava una “Custodia di legno con cornice e balaustra indorati”, all’interno della quale si poteva vedere una “pisside d’Argento indorata” con “Cappetella fatta di lama” (con il coperchio in lamina), mentre sul legno era impressa “un’icona grande e dorata, con le immagini della Beata Vergine, di Sant’Agostino, San Matteo ed altri santi”. Sei candelieri adornavano l’altare maggiore, insieme ad altrettanti piccoli vasi per i fiori, tre tovaglie, la Carta di Gloria ed un paliotto di damasco bianco con due cuscini. Davanti all’altare si trovavano un piccolo “altaretto” con la pietra Sacra e la Croce di legno “indorata”, che aveva il suo “paliotto turchino di piluzza” ornato ”da  frange nel mezzo”. Dietro all’altare maggiore si trovava il Coro, che aveva il pavimento fatto di tavole ed una piccola porticina d’ingresso, sulla quale c’erano due ferri che reggevano i “portieri di damasco” (drappeggi). All’interno della chiesa erano state ricavate sette cappelle, ubicate sia da una parte che dall’altra della struttura. Quella dedicata a Santa Monica si differenziava dalle altre per gli spazi più ampi di cui disponeva. Tutte le Cappelle avevano il loro altare e vari oggetti al loro interno, compresi i quadri di tela incorniciati e posizionati sugli altari.

  1. Sull’altare della Cappella di San Biagio c’erano due candelieri, croce e carta di gloria, con una tovaglia e paliotto di damasco vecchio insieme alla predella.
  2. Sull’altare della Cappella di Santa Caterina c’erano due candelieri, croce e carta di gloria, con una tovaglia usata ed “altaretto” con la pietra consacrata. C’era anche un “paliotto di tavole pittate.
  3. Sull’altare della Cappella del Crocefisso c’erano due candelieri, due angeli, croce e carta di gloria. Tre tovaglie di tela, con (sopra?) un “paliotto” di damasco rosso e due (vasi) di fiori e ciarlette, insieme ad un “altaretto con pietra consacrata”. Davanti al santissimo Crocifisso c’era un ferro, che serviva a tenere il “panno di toletta a scacchi e di lana”, con la sua pradella.
  4. La cappella di Santa Monica (l’unica ad essere ricavata in uno spazio più grande), aveva il suo altare con sopra il quadro raffigurante la Santa ed anche il suo “altaretto” con la pietra consacrata. Tre tovaglie con il paliotto di tavole pittate, due candelieri ed un cuscino, la carta di gloria, croce e pradella.
  5. Sull’altare della Cappella di San Nicola c’erano quattro candelieri, carta di gloria di legno dorato e la croce di legno intarsiato, con un altaretto e la sua pietra consacrata, paliotto “d’oro pelle” e due tovaglie.
  6. Nella Cappella di Sant’Antonio c’era un altaretto con la pietra consacrata, quattro candelieri, carta di gloria e la croce. Due tovaglie con cuscino e pradella.
  7. Sull’altare della cappella di Santa Maria del Soccorso vi era un altaretto con pietra consacrata, due candelieri dorati, carta di gloria e una croce piccola. Insieme a tutto ciò che avevano anche le altre cappelle.

Inoltre, erano presenti due confessionali, uno più antico e l’altro risalente alla fine del 1600, con vicino due “fonti di pietra” per l’acqua santa, una più grande ed una più piccola. Due sedili di pietra erano posizionati vicino ad una porticina, su cui “era scolpito un Crocifisso, che aveva il suo baldacchino di tavole” e che, dall’interno della Chiesa, conduceva al Chiostro del Monastero. Un altro ambiente era la sagrestia, accessibile attraverso una porta su cui era stata messa una campanella suonata per “annunciare le messe”. Un grande “Bancone”, fornito di “portella” e con sotto “gli stipiti e sopra i tiratoi” si trovava appena all’ingresso, poco distante da un altro “stipo con quattro portelle”. Sopra quest’ultimo veniva conservato il secchiello d’argento, con l’aspersorio sempre d’argento, che veniva utilizzato durante le messe per la benedizione dei fedeli con l’acqua santa. Nella sagrestia era conservata anche una croce d’argento, che aveva il suo “fusto fatto di rame Cipro” ornato da “un panno di damasco”, che sopra riportava il ricamo della figura di Sant’Agostino. Un abbellimento ulteriore della croce erano “ i lacci di seta e i fiocchi pendenti”. Un’altra opera che si poteva osservare era la grossa placca d’ottone dorata con sopra l’immagine della Santissima Concezione, la cui descrizione riporta che sopra vi fossero incastonati “n°13 diamanti falsi” ed aveva “gli estremi d’argento”. Era una sorta di medaglione, con “n° 4 ciarlette d’argento” che ne adornavano la parte centrale ed una “crocetta d’argento” sulla sua sommità. Gli altri suppellettili ed indumenti presenti nella sagrestia erano:

  • Quattro calici con le loro patene: due erano d’argento con patene dorate, mentre le altre due avevano i piedi di rame Cipro dorato e le coppe e patene d’argento sempre “indorato”.
  • Tre pianete con il loro cappuccio e le “tonachelle” di color verde,
  • Due altre pianete nere di damasco ed un’altra di tela di Porta Nuova
  • Due pianete rosse
  • Una pianeta di più colori, volgarmente detta “frascheiata”, con le venature d’oro
  • Tre pianete con un cappuccio di color violetto e con “sigillo di seta camorcia intorno
  • Due pianete, una rossa con impressi filamenti in limatura e con cappucci bianchi, l’altra bianca con venature d’argento.
  • Due tuniche vecchie
  • Quattro tonacelle, due nere e due viola che non servivano più.
  • Una pianeta verde
  • Due camicie (o camici) con ammitti (?) e cingoli di tela della Cava, con laccetti di fili usati
  • Altri Camini con cingoli e “pizzilli” di tela ordinaria
  • Due cotte di tela ordinaria usate
  • Tre corporali con le loro “cape” (cappucci)
  • Due cappucci di quattro colori, ma senza corporali
  • Quattro veli di colore diverso
  • N°20 purificatori usati
  • N°4 coppe per la custodia di (taffettano?), colorate con quattro colori diversi
  • Tre “mesali avanti altare con paliotti”, uno di drappo con venatura d’oro, un altro rosso con le frange e l’ultimo verde e pure con le frange di damasco.

Nella sagrestia, inoltre, c’era un “cassettino di marmo lavorato con sopra l’immagine scolpita della Santissima Passione”, fornito di una portella di legno che poteva essere aperta “con una chiave di ferro”. Il cassetto, le cui chiavi si trovavano nella cella del Priore del Monastero, serviva “per custodire l’olio santo” insieme ad un piccolo secchiello di rame, con l’aspersorio di ferro, per l’acqua santa.  Era presente anche un lavatoio nella sagrestia, con sopra due ganci per appendere  “le tovaglie di tela, mentre poco distante, addossato al muro, c’era un “oratorio con preparatoria”. Tornando verso l’ingresso della Chiesa e guardando in alto si osserva il palchetto che ospitava “l’organo con 5 registri”, a cui si accedeva attraverso un corridoio di tavole che portava anche al campanile. Quest’ultimo conteneva tre campane, due grandi ed una piccola.

Il Chiostro

Oltre alla porta che dalla Chiesa portava nel Chiostro del Monastero, un altro grande ingresso permetteva di entrare nello stesso dal lato della strada, dove un portone di legno lavorato ed intarsiato si affacciava sul Vallo di Diano. Entrando, si poteva osservare il colonnato di pietra che circondava il chiostro, con delle grandi “catene di ferro posizionate tutto intorno” e le volte “pitturate con varie figure”. Al centro del chiostro era stata scavata una grande cisterna “con il boccaglio circondato da colonne ed architrave di pietra, sul quale si trovava una croce di ferro”. Sotto l’architrave era stata posizionata una “tarocciola di bronzo” (carrucola) attraverso la quale, tramite una fune legata ad un secchio di rame, si prelevava l’acqua. Tutte le volte del chiostro erano affrescate con varie immagini”. Sulla facciata che dava verso il castello erano state costruite quattro celle, tutte con le porte che davano all’interno del chiostro. Nella prima cella, che si trovava verso il muro che delimitava il grande portone d’ingresso, c’erano due stanze costruite “l’una dentro l’altra“ (comunicanti), con all’interno letti, coperte, scansie ed altro. In una delle due stanze c’era una “scansia” con sopra una settantina “di pezzi di libri”, scritti da diversi autori e di formati sia grandi che piccoli, mentre sette quadri, anch’essi di varie misure, erano appesi alle pareti o poggiati sui mobili.

Due ambienti simili, e più o meno arredati nello stesso modo, costituivano le celle n°3 e 4°, mentre una delle stanze era adibita a “dispensa”, dove si conservavano prettamente le derrate alimentari in un vecchio cassone grande costruito con legno di noce, mentre l’olio era depositato in “due grandi giare”.Nello specifico, le celle avevano il seguente arredamento:

  • letti fatti di tavole di faggio, ognuno con sopra due materassi pieni di lana.
  • Coperte di lana scardata
  • “bacili” (bacinelle), sia grandi che piccole
  • casse di legno di castagno
  • scansie fatte con legno di pioppo
  • Sedie piccole di paglia e grandi costruite con legno di noce.

Sotto le quattro celle si trovava una stalla, con all’interno una mangiatoia interamente in muratura. Al piano “sottano” ci si arrivava direttamente dal chiostro, attraverso una porta grande che conduceva lungo un corridoio scoperto, dove era ubicata la piccola porta della stalla. Un altro corridoio si trovava davanti alla porta della “pagliera”, che era stata ricavata usando due stanze comunicanti, una grande ed una più piccola detta “camerino”. Tra i due corridoi si trovava un altro portone, dal quale si accedeva ad un piccolo giardino con alberi di gelso, viti ad altre piante da frutta, della capacità di circa mezzo tomolo. Tornando al piano di sopra, proprio in corrispondenza della porta del giardino, si trovava un altro ingresso che portava nella stanza adibita al “magazzino, ricavato da “due altri membri fabbricati l’uno dentro l’altro”. Al loro interno era depositata legna di castagno, per lo più tagliato in tavole che servivano per fabbricare botti e tini. Nel chiostro si trovava anche l’ingresso che portava alla cantina, dentro la quale vi era una grande botte che conteneva “22 para di vino” insieme ad altre più piccole, tra cui una “senza tumpagnaturo”,  che si trovava poco distante dal tino. Vicino alla porta della cantina si trovava un altro portone grande, sotto il cui arco veniva accatastata la legna da ardere al fuoco. Da quell’alto portone di legno si entrava nel primo locale che faceva parte della cucina, dove si trovavano due “buffette ed uno stipo”. Andando oltre c’era la stanza del forno, con a fianco un piccolo camerino adibito a contenere le due caldaie, una “di libre 14” e l’altra, più piccola, di 5 libre. Una pentola ed altri utensili, che avevano in tutto un peso di 6 libre, insieme a due catene di ferro, una “pignata”, una graticola, piatti ed una “cucchiara” completavano la credenza. Dalla cucina si arrivava, attraverso un’altra grande porta, al Refettorio. Sulla porta c’era una campanella, mentre all’interno tre grandi tavoloni, con sedili tutt’intorno ben posizionati, erano sistemati per “la mensa dei monaci”. Il soffitto del refettorio era fatto di tavole ed era abbellito con cornici, mentre sulle mura c’erano affreschi raffiguranti diverse figure. All’interno del Refettorio si trovava un’altra camera, che conteneva i seguenti suppellettili:

  • un cassone, sopra il quale c’era una “fasciatoia”.
  • Una piccola cassa di legno
  • Quattro sacchi
  • Quattro sedie
  • Due mensali
  • Un bancone
  • Due sotto-coppa per bicchieri
  • Molti piatti

Un’altra porta, posizionata sul muro del Refettorio che “si esponeva a levante”, dava su un “cortilotto scoperto” con all’interno due alberi di fico ed una “pergola d’uva”. Dal cortile si accedeva in una stanza senza tetto, in cui si trovava una piccola porta che dava verso la zona chiamata “la Giustizia”. Da quella porticina, poi, si arrivava ad un altro piccolo orticello circondato da un muro, vicino al quale erano stati costruiti un lavatoio ed una cisterna. Il piccolo orticello, che si estendeva fin dietro alla Cappella di Santa Monica, aveva al suo interno “diverse pergole con viti di moscatella” ed altri alberi da frutta. Rientrando nel chiostro e prima di arrivare alla scala che portava ai piani superiori c’era un’altra porta che conduceva in un grande locale, “dove nel mezzo vi era una saletta con quattro camere”. All’interno delle camere si trovavano le seguenti “robbe”:

    • Un letto di faggio con due materassi pieni di lana
    • Due coperte di lana cardata ed un cuscino pieno di lana
    • N°12 quadri grandi e piccoli con cornice, in cui vi erano rappresentate varie figure di Santi
    • Sette Buffette grandi, fatte di tavole di noce e castagno
    • N°8 sedie di paglia ed altre 6 grandi di noce
    • Una sedia grande di noce con vaschetta
    • Un baule con cassone di tavole che serviva da deposito per i molti libri e scritture del Monastero
    • Altre due piccole casse.

La loggetta che affacciava sullo spiazzo denominato “la giustizia”

Una scalinata “di sedici scalini” conduceva al piano superiore, dove un corridoio portava alla “Loggetta che si affacciava sopra la Giustizia” (verso levante) e, sul lato sinistro, ad altre tre celle. Sotto queste ultime vi era un ambiente adibito a carcere, che, sembra, non fosse alle dirette dipendenze del Monastero.

Il “quarto priorale”

Continuando “a mano dritta” nel corridoio sopra le scale, un’altra entrata portava su un ballatoio, dove, sulla sinistra, c’era una stanza per uso comune. Sempre sul ballatoio, due gradini “di fabbrica lavorati” davano in un corridoio con al centro una porta grande, da cui si entrava nel “quarto priorale”. Da lì si arrivava ad un finestrone, vicino l’altro corridoio dove c’era il passaggio che portava all’organo. Lungo questo passaggio si trovavano altre tre celle. Nella prima, formata da due stanze, c’era un letto di legno con tre materassi sopra, due di lana e uno di “capizzi”, con coperte di lana cardata e buffetta. Un cassone, un baule, uno scrittoio ed altre scansie arredavano le stanze, insieme ad alcune sedie e ad un vecchio quadro. Nella seconda cella, anch’essa formata da due stanze, c’era una vecchia cassa di legno che serviva per conservare il sale. Nella terza ed ultima cella, più grande perché formata da tre ambienti, c’era un “Oratorio con inginocchiatoio ed un quadro”, su cui era raffigurata l’immagine del Crocifisso. Uno stipo con due portelle, una buffetta , una cassa ed un baule vecchio completavano l’arredavano delle stanze. In una delle celle, inoltre, si conservavano:

  • una zappa
  • una pala di ferro
  • un’accetta
  • due capofuochi di ferro

Dal quarto priorale, attraversando il corridoio collegato a quello che introduceva alla stanza dell’organo, si scendeva fino ad arrivare ad una porticina che dava nel Pulpito e, continuando, si arrivava quasi all’entrata principale della chiesa.

Miguel Enrique Sormani

(tutti i diritti sono riservati all’autore)

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Il documento utilizzato come fonte è stato consultato presso l’Archivio di Stato di Salerno, fondo Corporazioni religiose, Busta 25, Vol. 

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2 Comments
  1. Giovanni Battista Morrone

    Un’ottima ricostruzione della storia del convento di Sant’Agostino, un importante monumento architettoninico, poco conosciuto, forse per la preseza, nel nostro comune della certosa.

  2. Marcello

    Eccellente descrizione e ricostruzione storica del sito, tra i più importanti del centro medievale….ottimo Mik

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