Un arresto a Natale: Padula 1828

L’arresto di Michele Netti. Disegno di Salvatore Parola

Nel tardo pomeriggio del 25 dicembre 1828 c’era poca gente per le strade di Padula. Il freddo pungente e la neve avevano limitato gli spostamenti per tutta la giornata, soltanto qualche contadino che conduceva il proprio asino carico di legna da mettere al fuoco ed alcuni “inservienti” delle famiglie benestanti del paese erano ancora in giro per gli stretti viottoli che dalla Piazza salivano al rione di Sant’Angelo. Anche Angela era uscita quella sera per andare a lavorare nel palazzo della famiglia Netti, ubicato nei pressi della chiesa di San Michele Arcangelo e poco distante da casa sua. Per strada la ragazza aveva incontrato mastro Giuseppe Tepedino, il quale, nonostante fosse intento a scaricare due ceste piene di legna dal suo mulo, appena la vide le raccomandò di fare attenzione e di non prendere le scale che dalla piazzetta della chiesa di San Pietro Cadilongo salivano al palazzo Netti perché c’era del ghiaccio e si poteva scivolare. Ringraziandolo per il consiglio e augurandogli di passare una buona serata in compagnia della famiglia, Angela continuò a seguire la strada ed in pochi minuti arrivò nei pressi del palazzo. Ad attenderla c’era la sua amica Carmela, che appena aprì il portone per farla entrare le chiese subito di recarsi nel magazzino dove si conservavano le derrate alimentari perché aveva bisogno del suo aiuto per prendere un grosso sacco di patate. Attraversando in tutta fretta il cortile interno del palazzo Angela aveva sentito le voci dei bambini e di Don Michele provenire dal piano superiore, stavano approfittando degli ultimi istanti di luce per giocare un po’ con la neve fresca, ma la ragazza non ebbe neppure il tempo di alzare la testa per salutarli perché Carmela la prese per un braccio e la trascinò via bisbigliandole in un orecchio che aveva qualcosa di importante da dirle. Appartatesi in un angolo buio del cortile, Carmela a bassa voce chiese ad Angela se ricordava quel giovane gendarme che qualche giorno prima le aveva fatto dei complimenti passando davanti al palazzo, lo stesso che si era tolto il cappello per salutarla e le aveva detto che era vero ciò che si diceva sulle ragazze padulesi: “che erano le più belle del circondario”. Angela non capiva e neppure ricordava l’episodio, ma Carmela non aspettò che le tornasse in mente e subito incalzò nel dirle che proprio quel bel giovanotto il giorno dopo era passato di nuovo da quelle parti e, incontrandola, l’aveva accompagnata per un buon tratto di strada fino al rione di San Clemente. “Angiulè, prima voleva accompagnarmi a casa, ma quando gli ho detto che dovevo fare delle commissioni per i padroni ha iniziato a farmi molte domande sul lavoro che faccio in questa casa e sulle persone che ci abitano, in particolare su Don Michele. Voleva capire se qualche persona straniera fosse venuta a fargli visita e se lo stesso Don Michele si era allontanato da Padula nei mesi addietro e per andare dove”. Angela si accorse che la sua amica Carmela era rimasta turbata da quell’incontro, ma non ne capiva fino in fondo il motivo e cercò di tranquillizzarla prendendole il viso tra le mani e dicendole di non far caso a quelle parole. “Forse voleva sapere soltanto qualcosa su di te e sul lavoro che fai, ecco perché ti ha chiesto di Don Michele …. per capire se ti tratta bene. Stamm a sent Carmè, chill s’è nnammurat e te”. “Forse hai ragione Angiulè, non devo dare peso, ma mi tornano sempre in mente le parole che ad un certo punto si è fatto scappare quel bellimbusto: tieniti pronta nennè, che molto probabilmente o prima o dopo l’anno nuovo il tuo padrone riceverà una visita inaspettata”. Angela non diede importanza a quella frase e, per sdrammatizzare, fece un sorriso e disse alla sua amica che forse il militare aveva intenzione di presentarsi personalmente a casa di Don Michele per chiedere la sua mano. Queste parole fecero sorridere anche Carmela, la quale rispose che solo a lei capitava di incontrare certi strani personaggi. La voce della signora Maria Teresa le interruppe. “Carmelì è arrivata Angela? Ho sentito che gli hai aperto il portone. Fate in fretta a preparare la cena che i bambini hanno già fame”. Preso il sacco di patate dal magazzino, le due ragazze andarono subito in cucina e si misero al lavoro.

Palazzo Netti

Dopo poco Angela e Carmela furono raggiunte da Silvia[1], che all’epoca aveva quasi 10 anni ed era la più grande dei cinque figli di Don Michele Netti e della signora Maria Teresa Del Vecchio. La bambina si era molto affezionata ad Angela ed appena seppe che era arrivata volle andare a salutarla. Con lei c’era anche la madre, che incitata dalla piccola Silvia diede alle ragazze i due corpetti che aveva commissionato ad un sarto padulese proprio per loro. Angela e Carmela le ringraziarono e dissero che non doveva disturbarsi, ma la signora Maria Teresa, indicando la figlia, rispose che era stata la bambina ad insistere per quel regalo. “Mi ha detto che desideravate avere un corpetto nuovo, simile a quello che portano le nobildonne……spero vi piaccia”. “Sono bellissimi signora Marì – dissero le ragazze – voi siete troppo buona e vi ringraziamo tanto”. “Non ringraziate me, ma la piccola Silvia che ci teneva tanto e poi non dimenticate che stasera è Natale, una giornata speciale per tutti i cristiani. Per noi quest’anno lo è ancora di più visto il gran regalo che ci ha fatto il Buon Signore con la nascita di Armida, ecco perché bisogna festeggiare e stare allegri dopo le tante sciagure passate”. Silvia, intanto, aveva preso un piatto con all’interno della farina e, postasi al centro della stanza per farsi notare, con un soffio la fece volare in aria. “Guardate come riesco a far nevicare in casa. vi piace questa nuvoletta bianca? Angela, sorridendo, le disse che era una delle più belle nevicate che aveva mai visto, ma che a Carmela forse non piaceva visto che era molto freddolosa. Silvia si mise a ridere e, nell’avvicinarsi a lei con il piatto ancora in mano, fece volare un altro po’ di farina dicendole che la sua neve non era fredda e non faceva ammalare di raffreddore, anche se poteva provocare soltanto qualche innocente starnuto. La signora Maria Teresa interruppe quel momento giocoso chiedendo a Silvia di andare a controllare cosa stava facendo la sorellina, raccomandandosi poi con Angela e Carmela di preparare tutto e portare le pietanze a tavola appena pronte. Rimaste sole, le due ragazze si suddivisero i compiti e Carmela iniziò a portare le stoviglie al piano superiore per apparecchiare la tavola. Angela, intanto, verificava la cottura sia del sugo fatto con la carne di lepre che dei maccheroni. Carmela non tardò a rientrare in cucina ed Angela notò che la sua amica, nonostante il bel dono ricevuto, aveva ancora stampato sul viso il turbamento e la preoccupazione per le cose che si erano dette prima. “Carmè, non sei contenta del bel regalo? Sai quanti spasimanti ti faranno la corte adesso?”. “Angiulè, teng na strana sensazione. Non so neppure io cos’è, ma non posso fare a meno di pensare alle parole che mi ha detto di quel militare pochi giorni fa”.  

In effetti Carmela non aveva capito bene cosa volesse sapere quel giovanotto in divisa e a cosa alludesse quando si era fatto scappare che ci sarebbe stata una visita inaspettata. “La cosa che mi preoccupa di più Angiulè è il fatto che da qualche tempo circolano delle voci in paese riguardanti una rivolta contro il Governo tentata dai carbonari nel mese di giugno nel Cilento. Si dice che c’è stata una repressione durissima dell’esercito, che ha incendiato e distrutto dalle fondamenta il piccolo paese di Bosco”. Ciò che si raccontava, associato al fatto che Don Michele era stato accusato qualche anno prima di far parte della carboneria, l’avevano messa in allarme. “Angiulè, mi ricordo benissimo quando Don Michele dovette scappare. Era l’estate del 1821 ed i Gendarme lo cercavano per arrestarlo. Ti ricordi che in quel periodo a Padula erano arrivati anche militari austriaci?… Per moltissimo tempo il padrone stette lontano dalla famiglia e in questa casa, cara Angiulè, molto spesso arrivavano i militari a perquisire ogni angolo per cercarlo”. Angela interruppe bruscamente la sua amica e le disse ancora di non preoccuparsi e di non pensare a quel brutto periodo, soprattutto perché quel bel giovanotto voleva intendere altro e non certo che sarebbe successo qualcosa di brutto, sicuramente non a Don Michele visto che negli ultimi anni non era stato più importunato dalla polizia o posto sotto sorveglianza. “Hai ragione Angiulè, forse mi sono fatta prendere troppo dalla paura che quella frase fosse un avvertimento per me di fare attenzione. Sicuramente quel militare voleva fare u bellill cù me e attaccare a parlare con una scusa”. “Sicuramente” le rispose Angela, che nel frattempo stava scolando i maccheroni.

Ricevuta di pagamento per la fornitura di paglia a 404 “soldati a cavallo” transitati per Padula nel 1821

Ricevuta di pagamento per la fornitura di paglia a 2329 “soldati Austriaci e Napoletani” transitati per Padula nel 1821

Nell’attesa della cena la famiglia Netti si era radunata di fronte al focolare, dove Don Michele stava raccontando ai suoi figli una storia che riguardava la nascita di Cristo. In braccio aveva la piccola Armida Maria Teresina[2] di soli tre mesi, mentre Rinaldo,[3] Maria Giovanna,[4] Ettore[5] e Silvia stavano seduti ad ascoltare con attenzione. La signora Maria Teresa, intanto, era indaffarata a sistemare alcuni vestitini di lana che sua cognata Mariangela[6] le aveva portato da Napoli per la piccola Armida, aiutata da Beatrice[7], l’altra sorella di Don Michele, che invece aveva regalato alla neonata due copertine a scacchi di vari colori da utilizzare per la culletta. Il marito di quest’ultima, Don Giovanni Vecchio, quella sera era rimasto a casa perché non si sentiva molto bene, anche se aveva detto a Beatrice che molto probabilmente sarebbe arrivato più tardi per salutare tutti e, in particolare, per tenere tra le braccia la nuova arrivata che lui chiamava “il piccolo e prezioso tesoro di famiglia”. La piccola Armida Maria Teresina era al centro delle attenzioni di tutti in famiglia. Alla piccola era stato dato come primo nome quello di una sua sorella nata nel mese di febbraio del 1819 e che, purtroppo, visse soltanto tre mesi.[8] Don Michele e la signora Maria Teresa nel 1822 avevano perso altri due figli maschi, a cui avevano dato lo stesso nome, Francesco Ettore Rinaldo, e che morirono a distanza di otto mesi l’uno dall’altro.[9] “Maria Terè, alla bella principessa non voglio farle mancare niente. Oltre a queste copertine ho commissionato anch’io dei vestitini di lana che il sarto, però, non è riuscito a finire in tempo”. “Non ti preoccupare cara Beatrice, lo so che amate tutti la mia bambina, come io ero molto affezionata alla tua povera Michelina, pace all’anima sua”.[10] Le due donne furono interrotte dalle voci di Angela e Carmela, che proprio in quel momento erano entrate nel salone portando una grande zuppiera con i maccheroni al sugo, una brocca d’acqua ed una bottiglia di vino. La signora Maria Teresa, con in mano una delle copertine di lana, prese Armida e, dopo averle dato un bacio, la adagiò nella culletta di legno che aveva sistemato poco lontano dal camino. Proprio mentre tutti si stavano avvicinando alla tavola si sentì bussare al portone e Beatrice disse che forse era suo marito e chiese a Carmela di andare ad aprire. Scese le scale, la ragazza sentì un brusio di voci provenire dall’esterno e credette che Don Giovanni fosse in compagnia di altre persone, ma appena aperto il portone si trovò di fronte quel bellimbusto che aveva conosciuto qualche giorno prima. Dietro di lui il giudice Valerio Maria Aragona insieme ad altri tre Gendarmi, che entrarono nel cortile spingendo da parte Carmela. “Chi c’è in casa e dove sta Don Michele?” chiese il giudice alla ragazza, che alla domanda non rispose ma indicò, tremante, il piano superiore.

I militari ed il giudice salirono le scale e, appena entrati nel salone, trovarono i presenti seduti a tavola. Don Michele appena li vide si alzò e si diresse verso di loro. Per non spaventare i bambini li invitò ad accomodarsi in un’altra stanza, ma non ebbe il tempo di fare un altro passo che uno dei gendarmi lo bloccò e, mostrandogli “i ferri”, lo costrinse ad appoggiarsi al muro. “Perché mi state facendo questo Signor Giudice? Non vedete che sono in compagnia dei miei familiari per festeggiare il Santo Natale? Se volete vado a prendere la carta di Sicurezza che proprio voi mi avete consegnato, insieme al sindaco Don Felice Romano, il 22 luglio dell’anno scorso?”.[11]

Carta di sicurezza rilasciata a Don Michele Netti il 22 luglio 1827

Ma il giudice non aveva bisogno di vedere quel documento, a lui era arrivata voce che Don Michele anche questa volta aveva sostenuto la rivolta carbonara che nel mese di giugno aveva coinvolto il Cilento e, senza esitare, ordinò ai militari di mettergli le manette. Don Michele chiese se ci fosse un mandato d’arresto contro di lui e chi lo aveva ordinato, ma la risposta che ricevette fu che per il momento mancavano le prove e quell’arresto veniva eseguito non per effetto di un mandato ma soltanto per “disposizioni preventive di polizia“. Così, certo di poter dimostrare la sua innocenza, Don Michele non fece resistenza e chiese soltanto di poter salutare i suoi familiari che, nel frattempo, erano in forte apprensione. Dopo aver baciato i bambini dicendogli di non preoccuparsi perché si trattava solo di un malinteso che doveva risolvere, Michele prese il soprabito e avvicinandosi alla moglie per salutarla le disse a bassa voce che gli era ben chiaro cosa era accaduto. “Maria Terè, tutto questo accade per colpa della malvagità di qualche mio nemico, che approfittando delle oscillazioni avvenute nel Cilento nel mese di giugno ultimo si è portato davanti alle autorità per calunniarmi e riceverne una gratificazione“. Il giudice Aragona li interruppe dicendo a Michele che le colpe che non aveva espiato per i fatti del 1820-21 doveva pagarle adesso, perché era quella la fine che avrebbero fatto tutti i carbonari di Padula e del Vallo di Diano finché lui garantiva la sicurezza e l’ordine. Così dicendo, il giudice ordinò ai Gendarmi di scortare il prigioniero nella cella del carcere che si trovava nell’ex Convento di Sant’Agostino, dove Don Michele passò la notte di Natale al buio e senza il calore e l’affetto della sua famiglia.

Ma chi era Michele Netti e perché fu arrestato? Lo scopriremo nella prossima puntata.

© Miguel Enrique Sormani (riproduzione riservata)

Ringrazio il caro amico Salvatore Parola per il disegno di copertina.


[1] Netti Silvia nacque nel 1818 e morì il 2 dicembre 1838. Stato Civile Comune di Padula, registro morti 1838, atto n°150

[2] Netti Armida Maria Teresina nacque il 10 settembre 1828. Stato Civile Comune di Padula, registro nati 1828, atto n°174

[3] Netti Rinaldo Francesco Ettore nacque il 30 gennaio 1820 e morì il 7 settembre 1837 a causa del colera. Stato Civile Comune di Padula, registro nati 1820, atto n°36, registro morti 1837, atto n°244

[4] Netti Maria Giovanna Eufresina Armida nacque il 25 maggio 1823 Stato Civile Comune di Padula, registro nati 1823, atto n°122

[5] Netti Ettore Francesco Nicola nacque il 31 agosto 1825. Stato Civile Comune di Padula, registro nati 1825, atto n°186

[6] Natti Mariangela, sorella di Don Michele, nacque il 31 dicembre 1787 e si sposò una prima volta con Michele Vecchio che, però, morì a Napoli nel quartiere San Ferdinando il 6 novembre 1812 all’età di 28 anni. Due anni dopo, il 17 marzo 1814, sposò in seconde nozze Mezzacapo Raffaele, che all’epoca svolgeva l’incarico di Verificatore dei Demani e risultava domiciliato a Sala. Stato Civile Comune di Padula, registro matrimoni 1814, atto n°13

[7] Natti Beatrice, altra sorella di Don Michele, nacque il 17 gennaio 1792 e, all’età di 20 anni, sposò Don Giovanni Vecchio di Padula. Stato Civile Comune di Padula, registro matrimoni 1812, atto n°38

[8] Netti Armida nacque nel mese di febbraio 1819 e morì il 12 maggio dello stesso anno. Stato Civile Comune di Padula, registro morti 1819, atto n°46

[9] Il primo, Netti Francesco Ettore Rinaldo, nacque il 10 febbraio 1821 e morì il 21 marzo dell’anno successivo che aveva solo un anno. Il secondo, che nacque il 3 luglio 1822, cioè quattro mesi dopo la morte del fratellino, prese lo stesso nome, ma purtroppo morì a soli quattro mesi di vita il 13 novembre dello stesso anno. Stato Civile Comune di Padula, registri dei nati nel 1821 e 1822, atti n°53 e 130, registro dei morti 1822, atti n°28 e 98.

[10] Vacchio Michelina, figlia di Giovanni e Beatrice Netti, nacque nel 1813 e morì il 10 novembre 1822 all’età di 10 anni. Stato Civile Comune di Padula, registro dei morti nel 1822, atto n°95   

[11] Il 22 luglio 1827 il sindaco di Padula Felice Romano, assistito dal cancelliere Rocco Camera e con la presenza dei testimoni Francesco Antonio Palmieri e Leonardo di Stasio, rilasciò la “Carta di sicurezza al Signor Don Michele Netti. A vistare il documento fu il giudice Regio Valerio Maria Aragona, che risiedette a Padula fin dal 1822 per svolgere le indagini sulla rivolta carbonara del 1820-21.


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